È domenica quando il male tradisce nel tempo di amare

Oggi, cari amici, torniamo a una domenica di tanti anni fa.
Siamo con Vittoria, la donna che ha vinto su Paolo — e sulla sua narrazione da narcisista.

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Buona lettura:

Era una mattina tranquilla. Vittoria e Paolo ancora a letto.
La madre di Vittoria aveva preparato la colazione e, con la sua borsa a tracolla, era pronta per recarsi al culto della domenica.
Una piccola chiesa, un autobus alle 10.00, il rituale della pace.

Poi il tintinnio delle chiavi.
“Ci siamo”, pensa Paolo.

Uno scatto.
Il fiato di Vittoria si blocca.
Un balzo, e la madre di Vittoria si ritrova addosso un uomo furioso: le strappa la borsa, la lacera, la insulta.
A freddo. Apparentemente senza motivo.

Ma il motivo c’è. Eccome se c’è.
Non è rabbia. Non è carattere. Non è una banale incomprensione.

È controllo.
È sadismo.
È “oggi decido io. Anche se è domenica. Anche se cerchi solo un po’ di pace, non l’avrai.”

E lì iniziò il paradosso più crudele nella vita di Vittoria e di sua madre.

Perché il narcisista sceglie i momenti di quiete.
Perché sa che, proprio allora, la vittima farà di tutto per non rovinare la giornata.
Per salvare un pezzetto di pace.
Per rimettere insieme lo strappo.
Per non perdere anche il poco che resta.

Il narcisista colpisce tra le mura domestiche.
I suoi “cari” sono solo giocattoli da sbrindellare per sentirsi potente.
E poi li lascia lì. A raccogliere cocci. Mentre lui si rigenera. Pulito.

Chi vive immerso in queste dinamiche cerca di “tenere insieme i pezzi anche quando tagliano”.
Ma quei tagli paralizzano.
Bloccano il tempo.
Rinsecchiscono le decisioni.
E ti tengono in uno stato perenne di attesa che qualcosa — o qualcuno — migliori.

Ma il racconto non finisce qui.


Oggi è di nuovo domenica.

E il pensiero di Vittoria torna ad oggi, una domenica per lei nuova, una domenica che non nega il passato, ma ha costruito il presente sulla consapevolezza e sulla verità e il pensiero va a Manic.

Lei, vittima a staffetta, Inconsapevole.
La reginetta di un regno di cui non conosce né il nome né i confini.

Manic ride nei selfie. Mostra denti bianchi e spalle nude.
Non sa — o si sforza di non sapere — cosa nasconde la compagnia che ha accanto. Cosa cela quell’amore così perfetto ed invidiato da tutti!

È entrata nel gioco, nella gabbia dorata che Lui ha costruito per Lei.
Forse ha pensato di essere l’eccezione.
Ma nel teatro del narcisista non esistono ruoli liberi.
Solo copioni già scritti da lui.

E così Manic è una pedina, spinta da tempo a compiere azioni che non le appartengono. A dissociarsi da sé.
A diventare, senza saperlo, complice delle menzogne più subdole.

Il narcisista, come regola, non si sporca mai le mani, è codardo e astuto.
Fa in modo che sia tu, la nuova pedina, a condannarti da sola.
E poi ti lascia lì. Con una colpa che non capisci. Che non ti appartiene. Ma che pesa come un macigno.

Manic non sa — non vuole sapere — che il destino non cambia, se non cambia il copione, e lei pagina dopo pagina non altro che un burattino di una storia antica che Paolo tramanda come eredità di famiglia.
Ogni sorriso che cela l’orrore, prima o poi, si spezza Lasciando solo devastazione.

Le azioni di Paolo non si cancellano.
Sono solo coperte.
E Manic è oggi la copertina nuova di un libro già scritto:
il libro dell’orrore, dell’inganno, della facciata.

Ma quel libro, prima o poi, si riapre.
E strapperà via anche lei.
Perché il narcisista ha sempre bisogno di una copertina più luccicante.


Il sogno di ogni madre è vedere le figlie felici.

Manic ha una madre, sono state felici ed unite, ed oggi sogna che sua figlia sia felice, ma anche lei è parte del copione e guarda con ammirazione il carnefice che è a fianco di sua figlia.
Sogna e crede: “Finalmente un uomo che la tratta bene.”

Questa madre, come i più, vede solo le foto, le risate, i regali, la facciata del narcisista.

L’invito di oggi, di domenica è Guardare meglio, si guardiamo al di là della narrazione e della facciata!

Non guardare quello che mostra — ma ciò che fa.
Non ciò che dice — ma come la cambia.

Perché se tua figlia, piano piano, smette di essere sé stessa,
se rinuncia a ciò che era per adattarsi a ciò che lui vuole,
se la sua luce si spegne anche solo un po’…
allora non è amore. È un processo di cancellazione.

Tu che l’hai messa al mondo, tu che l’hai vista crescere,
puoi fermandoti guardare oltre non per distruggere, ma

Per essere pronta.
Perché quando quel castello finto crollerà — e crollerà —
sarai tu a doverla raccogliere.

E quel giorno scegli di:
non dirle “te l’avevo detto”.
Dille: “Ci sono. Ti credo. Ti accolgo.”

Perché la prima salvezza, spesso, ha ancora le mani di una madre.

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Grazie per la risposta. ✨

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

Dedicato ad Adriana Rita Taraglio, musicista della vita e mamma.

Autore: Elena Tonengo

founder Coach
Faithfully Together

Coach professionista Iscr.
n. 400 Reg. Naz. A.Co.I.,
EFT Practioner e Trainer Mindfulness accreditato a livello internazionale all’IPHM

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