Pensi di proteggere tuo figlio dal veleno di casa? come evitare di cadere in trappola

Vuoi scoprire che cosa sta succedendo a tuo figlio quando in casa c’è una relazione tossica? ti capisco, chi amiamo deve essere la nostra priorità.

Murray Bowen
Albert Bandura
Ivan Boszormenyi-Nagy
Salvador Minuchin
Bessel van der Kolk

da prospettive diverse, hanno studiato i sistemi familiari, l’apprendimento attraverso i modelli relazionali, le lealtà invisibili, i confini familiari e gli effetti del trauma sul corpo e sulla mente.

Non esiste una formula magica, ma esiste una domanda che attraversa tutti questi studi: che cosa imparano i figli dall’ambiente emotivo nel quale crescono?

Buona lettura:

Tuo figlio entra in cucina proprio quando hai appena smesso di piangere. Ti guarda. Non dice nulla. Tu sorridi e gli dici: «Non è successo niente, amore.»

Lui annuisce e torna nella sua stanza. Ma quella sera, prima di dormire, controlla due volte il tono della tua voce.
Non sa ancora chiamarla paura. Tu la chiami protezione.

Ti dici che lo fai per loro. Ti metti in mezzo quando lui alza la voce, cambi discorso quando la tensione diventa insostenibile, aspetti che i bambini vadano a dormire prima di lasciarti andare a una lacrima.
Quando tuo figlio ti guarda con quegli occhi che sembrano capire più di quanto dovrebbe, gli dici che non è successo niente, che papà è solo stanco, che mamma oggi è nervosa, che va tutto bene.
Lo fai perché vuoi proteggerlo. Vuoi che possa continuare a sentirsi bambino e vuoi risparmiargli quella parte della realtà che tu, invece, conosci fin troppo bene.

È così che, senza accorgertene, puoi diventare una sorta di genitore-filtro: assorbi la rabbia, la tensione, le parole, i silenzi, le umiliazioni e tutto ciò che ritieni possa ferire i tuoi figli, cercando di fermarlo prima che arrivi a loro. È un gesto che nasce dall’amore e che, proprio per questo, può diventare estremamente difficile da mettere in discussione. Ma c’è una domanda che prima o poi bisogna avere il coraggio di farsi: quanto veleno può assorbire un genitore prima che qualcosa cominci comunque a passare?

Il bambino vede molto più di quanto immagini

Un bambino non ha bisogno di conoscere la parola «manipolazione». Non sa cosa sia il gaslighting, non conosce la triangolazione e non sa distinguere una relazione sana da una relazione tossica. Ma sa quando il tono di voce cambia, quando una porta viene chiusa troppo forte, quando la mamma smette improvvisamente di parlare, quando in casa cala quel silenzio che non assomiglia affatto alla tranquillità. E sa quando il genitore che ama di più gli dice «non preoccuparti, va tutto bene», mentre dentro di sé sta cercando di capire perché, allora, non va affatto bene.

Il bambino registra. Non sempre comprende con la mente, ma registra con il corpo, con le emozioni e con quella straordinaria capacità di osservazione che gli permette di leggere l’atmosfera prima ancora di comprendere le parole. Impara a riconoscere i volti, a prevedere gli umori, a capire quando è il momento di parlare e quando è meglio stare zitto. Può diventare, senza che nessuno glielo chieda, un piccolo esperto dell’atmosfera emotiva della propria casa.

Ed è proprio qui che si nasconde l’inganno del genitore-filtro. Il problema non è che quel genitore ami poco i propri figli. Spesso è esattamente il contrario: li ama così tanto da essere disposto a sopportare ancora un po’. «Aspetto che crescano.» «Non voglio traumatizzarli.» «Non voglio distruggere la famiglia.» «Se me ne vado, sarà peggio per loro.» «Almeno finché sono piccoli.» Così passa un altro giorno, poi un’altra settimana, poi un altro anno. Nel frattempo il genitore continua ad assorbire.

Il sacrificio non neutralizza il veleno

Murray Bowen ha descritto il modo in cui i sistemi familiari tendono a mantenere un proprio equilibrio, anche quando quell’equilibrio è disfunzionale. Se all’interno della famiglia c’è qualcuno disposto a raccogliere continuamente il conflitto, a ricomporre ogni frattura e a proteggere gli altri dalle conseguenze della tensione, il sistema può continuare a funzionare proprio perché qualcuno ne paga il prezzo. Il genitore-filtro diventa così una sorta di ammortizzatore umano: impedisce che l’urto arrivi direttamente ai figli, ma non elimina la forza che quell’urto continua a produrre.

E questo cambia completamente la prospettiva. Potresti pensare: «Finché riesco ad assorbire io, almeno loro non soffrono». Ma la domanda diventa: che cosa succede quando tuo figlio cresce dentro una casa nella quale il conflitto viene continuamente assorbito, nascosto e ricomposto senza mai essere realmente affrontato?

I figli imparano anche ciò che non dici

Un bambino non impara soltanto da ciò che accade. Impara da ciò che vede fare dopo che è accaduto. Puoi impedirgli di assistere a una discussione, puoi chiudere una porta, mandarlo nella sua stanza e aspettare che si addormenti prima di parlare. Ma non puoi cancellare completamente ciò che accade nell’atmosfera della casa e, soprattutto, non puoi cancellare il modello relazionale che gli stai mostrando.

Albert Bandura, attraverso la teoria dell’apprendimento sociale, ha evidenziato quanto i bambini apprendano osservando il comportamento degli adulti significativi. Non imparano soltanto dalle parole che pronunciamo, ma da ciò che vedono ripetersi. Se vedono una persona mancare di rispetto e l’altra sistematicamente giustificare, possono interiorizzare che quella sia una modalità possibile di stare in relazione. Se vedono una madre continuamente svalutata che risponde «non fa niente», possono imparare che il dolore debba essere sopportato. Se vedono che ogni conflitto viene risolto attraverso il silenzio, possono imparare che parlare sia pericoloso. Se vedono che uno dei genitori rinuncia continuamente a se stesso per mantenere la pace, possono interiorizzare l’idea che amare significhi sacrificarsi.

È questo il punto in cui il veleno diventa più pericoloso: quando diventa normale.

Quando il bambino smette di fidarsi di ciò che sente

All’inizio il bambino può percepire che qualcosa non va. Poi, se nessuno dà un nome a ciò che accade, quella percezione può lentamente trasformarsi nell’idea che quella sia semplicemente la vita. Non è necessario raccontargli tutto ciò che accade tra gli adulti, né coinvolgerlo nei loro conflitti. Anzi, proteggerlo significa anche preservarlo dal peso delle questioni che non gli appartengono. Ma proteggerlo non significa obbligarlo a dubitare di ciò che sente.

Può essere sufficiente dirgli: «Sì, hai visto bene. I toni erano troppo alti». Oppure: «Non è colpa tua». O ancora: «Non devi occuparti tu dei problemi tra mamma e papà». Sono parole semplici, ma restituiscono al bambino qualcosa di fondamentale: la fiducia nella propria percezione della realtà.

Perché quando un bambino percepisce una tensione e l’adulto continua a dirgli che non è successo nulla, può trovarsi davanti a una contraddizione difficile da elaborare: ciò che sente da una parte e ciò che gli viene raccontato dall’altra. E quando questa contraddizione si ripete abbastanza a lungo, il bambino può imparare a mettere in discussione se stesso prima ancora di mettere in discussione ciò che accade intorno a lui.

Quando tuo figlio diventa il motivo per cui resti

Il problema diventa ancora più complesso quando il figlio stesso diventa la ragione per cui il genitore non riesce a uscire dalla relazione. «Se me ne vado, cosa succederà a lui?» «Se reagisco, lui si arrabbierà ancora di più.» «Se metto un limite, i bambini ne pagheranno le conseguenze.» «Meglio sopportare io.»

A quel punto il figlio, senza averlo mai scelto, può diventare il motivo per cui l’altro genitore continua a sopportare. È una delle trappole più dolorose delle relazioni tossiche: il desiderio di proteggere può diventare il motivo per cui non ci si protegge più.

E qui bisogna fermarsi. Perché un figlio non dovrebbe essere il motivo per cui sua madre continua a vivere in una situazione che la distrugge. Dovrebbe essere una delle ragioni per cui trova la forza di cercare una strada diversa.

Smettere di essere un filtro non significa smettere di proteggere

Smettere di essere un filtro non significa raccontare ai figli ogni dettaglio. Non significa metterli contro l’altro genitore. Non significa trasformarli in confidenti o alleati. Significa cambiare il modo di proteggerli.

Significa smettere di edulcorare sistematicamente ciò che accade, stabilire confini e mostrare, soprattutto attraverso il proprio comportamento, che davanti alla mancanza di rispetto è possibile fermarsi, chiedere aiuto, prendere le distanze e scegliere una strada diversa.

Il terapeuta familiare Salvador Minuchin ha sottolineato l’importanza dei confini all’interno del sistema familiare: anche proteggere significa mantenere chiari i ruoli e impedire che i figli vengano coinvolti nelle dinamiche che appartengono agli adulti. E questo è fondamentale: tuo figlio non ha bisogno di conoscere tutti i tuoi problemi. Ha bisogno di sapere che ciò che fa male non è normale e che non è sua responsabilità aggiustarlo.

Che cosa vuoi che impari sull’amore?

Perché tuo figlio non avrà sempre te accanto. Un giorno uscirà da quella casa. Avrà le sue relazioni, le sue amicizie, il suo lavoro, la sua vita affettiva. E porterà con sé anche ciò che ha imparato sull’amore osservando gli adulti che lo hanno cresciuto.

La domanda allora diventa molto più profonda: che cosa vuoi che impari? Che per amore bisogna sopportare? Che bisogna stare attenti a ogni parola? Che la pace vale più della verità? Che bisogna salvare gli altri anche quando ci si sta distruggendo?

Oppure vuoi che impari che l’amore può essere sicuro, che un confine non è un rifiuto, che dire «no» non significa non amare e che chiedere aiuto può essere un atto di forza?

Il genitore-filtro nasce spesso dall’amore. Ma l’amore, quando diventa sacrificio permanente, rischia di trasformarsi in una gabbia. La vera protezione non consiste nel nascondere ai figli il pericolo fino a quando sarà possibile farlo. Consiste nel dare loro gli strumenti interiori per riconoscere ciò che fa male e sapere che davanti a ciò che fa male non sono obbligati a restare immobili.

Perché un figlio non ha bisogno di una famiglia perfetta. Ha bisogno almeno di un adulto capace di essere un punto fermo, di non negare ciò che accade e di non confondere la sopportazione con l’amore.

La vera protezione non è insegnare ai nostri figli a respirare il veleno senza tossire. È insegnare loro che il veleno non è aria.

Riferimenti bibliografici

  • Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Prentice-Hall.
  • Boszormenyi-Nagy, I., & Spark, G. M. (1973). Invisible Loyalties: Reciprocity in Intergenerational Family Therapy. Harper & Row.
  • Bowen, M. (1978). Family Therapy in Clinical Practice. Jason Aronson.
  • Minuchin, S. (1974). Families and Family Therapy. Harvard University Press.
  • van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking.

Dedicato ad Adriana Rita Taraglio, musicista della vita e mamma.

Elena Tonengo è Coach professionista (A.Co.I. n. 400) e fondatrice di Faithfully Together.
Trainer di Mindfulness ed EFT Practitioner accreditata IPHM, Elena si occupa di liberare il potenziale personale dalle dinamiche di manipolazione e controllo.

Questo mio libro, traduce anni di pratica in una guida accessibile e profonda, dedicata a chi è pronto a smettere di camminare su pavimenti di cristallo e ricominciare a vivere in relazioni sane e costruttive.

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